Quando non ci pensi

"Ma vaffanculo"



Sputo' l'esclamazione a denti stretti, con un filo di voce, come se fosse un pensiero troppo forte per rimanere in testa e il cui eco avesse raggiunto le corde vocali, a sua insaputa.



Appoggio' di nuovo il cellulare sulla scrivania. Se c'era una cosa che odiava, erano le serate in cui nessuno era disponibile per bersi una birra in compagnia. E se c'era una cosa che odiava di più era la gente che non rispondeva ai messaggi sulle chat, nonostante fosse chiaramente online. Come se i byte di risposta costassero qualcosa.



Mosse una mano nervoso per la sensazione di avere le dita troppo poco impegnate. "Sarebbe la serata giusta per iniziare a fumare" penso', ma si accontento' di giocherellare con una matita dell'Ikea.



Si alzo' dalla scrivania lasciando il computer acceso e percorse il corridoio, raggiungendo la cucina. Una volta li, mise sul fuoco la teiera e passo' in rassegna lo scaffale delle tisane. Scarto' i tè troppo forti, per non dare altre cartucce in mano all'insonnia che sempre più spesso gli faceva compagnia, la notte. Mise da parte anche tutti gli infusi profumati ai frutti di bosco, pesca e chissà cos'altro, le cui confezioni praticamente nuove indicavano che li teneva solo per offrirli alle ospiti del gentil sesso, oltre a suggerire quanto poco spesso capitasse di offrirne a suddette ipotetiche ospiti. Evito' anche le confezioni di infusi più ...specialistici. Roba acquistata in giro per il mondo e i cui modi d'uso non sempre erano quelli delle tisane comuni. Fini' per scegliere un tè verde raccomandatogli da un amico appassionato praticante di Shatsu. Particolarmente indicato per ritrovare l'equilibrio, gli aveva detto, ma a lui piaceva il sapore e tanto bastava.



Torno' al PC con una brocca di tè fumante e si verso' la prima tazza, assaporando, sorso dopo sorso, il calore della bevanda che si diffondeva nel suo corpo. Non che avesse freddo, in realtà, ma trovava questa sensazione un blando rimedio contro la solitudine. E il suo problema, quella sera, era proprio il non voler restare solo.



Appoggio' la tazza e riprese a giocherellare con la piccola matita nella stessa maniera con cui i fumatori giocano con una sigaretta. Ripenso' a quello che gli aveva detto un vecchio amico, sul modo migliore, secondo lui, di gestire questi momenti. Purtroppo, di bar malfamati non c'era nemmeno l'ombra, in quel piccolo paesino di provincia. O meglio, magari si, ma avevano già chiuso da un quarto d'ora almeno. "I pro e i contro della vita lontano dalle grandi città" penso' con un mezzo sorriso. C'era un pub, quello si, ma avrebbe finito con lo spaccarsi il fegato a forza di birre, si fosse messo a frequentarlo troppo spesso.



Su una cosa, pero', doveva dar ragione al vecchio amico. Frequentare locali espone alla gente ed e' esattamente questo che a quelli come loro serve. La gente.



Si verso' un'altra tazza di tè e ne prese una sorsata. Si perse per un attimo a pensare all'amico di cui sopra. Un po' lo invidiava, lui questa cosa della solitudine sembrava soffrirla di meno. E dire che era arrivato a capirla dopo una serie di eventi ben peggiore di quelli che erano capitati a lui. Voglio dire, s'era trovato in mezzo a una specie di rivoluzione e per di più coinvolto con una sua vecchia fiamma di cui era ancora piuttosto cotto. Peggio di finire in una specie di trama scartata di James Bond, non poteva andare. Pero', in qualche strana maniera, l'aveva presa con lo stile dell'eroe da romanzo. Beato lui. Davvero.



"E io, come ci sono arrivato qui?" si accorse di chiedere a se stesso con un filo di voce. Rigiro' di nuovo la matita tra le dita. La risposta era semplice e nella sua semplicità, orribile. Ci era arrivato perché era troppo bravo in quello che faceva. A pensarci bene, gli ricordava una cosa che gli capito' di leggere, ai tempi dell'accademia, riguardo la meditazione. Di come la vera meditazione fosse quello stato di non-pensiero tra un pensiero e l'altro e di come i bravi praticanti riescano, pian piano, ad allungare questo momento tra i pensieri e godere di questa sorta di silenzio mentale. "Che figata, a parole, peccato che fosse proprio quello, il problema" penso'. Perché lui era bravo davvero in quel che faceva e quel che faceva era aiutare la gente. Gente che aveva bisogno di qualcuno come lui, il suo amico o qualunque altro diplomato all'accademia. Qualcuno in cui credere, a cui aggrapparsi mentre si lotta per qualcosa.



"O meglio, "finché" si lotta per qualcosa" si corresse. Perché il problema era proprio quello: finché c'era bisogno di loro, finché qualcuno pensava a loro, sperava in loro, tutto bene. Ma quando nessuno aveva bisogno di loro, quando nessuno pensava a loro, a quel punto la situazione si faceva grigia. Letteralmente.



Fini' l'ultima tazza di tè, oramai fredda. L'ora tarda aveva portato un silenzio quasi innaturale, nell'appartamento. Qualche passo lontano, nella palazzina, gli raccontava di come a volte basti sdraiarsi a letto per ricordarsi di essersi dimenticati qualcosa. Sospiro', pensando a quanto sarebbe stato bello fosse bastato semplicemente un po' di insonnia per far si che qualcuno si ricordasse di lui. Ma i ricordi sono cose buffe: non ci ricordiamo mai di chi ci aiuta cosi' bene da far sembrare le cose più difficili una sciocchezza. Passare un esame importante in un attimo perché un amico appena conosciuto ti presta i libri già sottolineati? Troppo facile. Trovare l'amore della propria vita ad una grigliata organizzata da quel tizio buffo e divertente con cui sei entrato in confidenza cosi' in fretta? Quasi banale. Quindi ovvio non ricordarsi che l'amico e il tizio della grigliata sono in realtà la stessa persona, perché le cose facili non ce le ricordiamo. E in questa maniera, senza qualcosa che si scolpisca per bene nella memoria come fanno invece le cose difficili, ci si dimentica di chi ci ha aiutati. "Ed e' un casino, se si tratta di gente come noi" penso' con una certa amarezza.



"Eccolo, il mio problema, sono uno dei migliori" sussurro' al silenzio. Ma andava contro la sua etica, cercare di essere ...peggiore. Sarebbe stato violare quando di più sacro gli era stato insegnato. No, un professionista del suo livello non può lavorare se non al meglio. Sospiro' di nuovo, giocherellando col mozzicone di matita.



Poi si blocco', di colpo, sgranando gli occhi. Certo, impegnarsi poco nel lavoro era immorale, ma impegnarsi per avere lavoro? Che male c'era nello spingere un po' gli eventi in una direzione particolare, diciamo verso qualcosa che renda indispensabile un aiuto? Dopotutto si trattava di rendere le cose solo quel poco peggiori, abbastanza da far si che la gente avesse bisogno di lui. Certo, non era proprio giocare pulito, ma nemmeno un crimine, via. Si trattava semplicemente di convincere chi era già su una brutta strada a chiedere aiuto tramite un lieve peggioramento della situazione corrente, non certo di creare apposta catastrofi per arrivare nei panni del Superman di turno.



Si alzo' di scatto dal divano. L'idea gli piaceva ogni secondo di più. Certo, avrebbe dovuto tenerla segreta agli altri. Avrebbe dovuto essere bravo a nascondere le tracce, penso', mentre con un movimento fluido della mano trasformava la matita in una sigaretta e se la portava alle labbra.



Avrebbe dovuto essere preciso, cauto e scaltro. Schiocco' le dita della mano destra e con la piccola fiamma comparsa sul pollice, accese la sigaretta. Ma meglio il rischio di essere scoperti che il restare li, in attesa, nel Mondo a Cui Non Pensi. Esposto ai suoi pericoli. Avrebbe dovuto essere dannatamente bravo, ma ne valeva la pena.



"Ma del resto" penso' mentre guardava il piccolo tatuaggio a forma di fiocco di neve sul polso sinistro, illuminato dalla fiamma del pollice "sono uno dei migliori"



Diede un tiro alla sigaretta e tossi' trucioli e grafite incandescenti. Poi prese il cappello e la giacca ed usci', canticchiando: "E di notte, di notte, ci va di camminar"

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