Erano gia’ passati svariati minuti, ma avrebbero potuto facilmente essere anche ore. Fissava il documento bianco, sullo schermo, respirando appena. Nelle orecchie, le cuffie sussurravano i ritmi lenti e avvolgenti di un video di musica per il focus e l’attenzione.
Altri battiti in cuffia, altri minuti.
Lo sguardo fisso, il respiro quasi assente.
Un pensiero si fece strada nella sua mente. Un paragone.
Si accorse che era come galleggiare a pelo d’acqua nell’oceano e fissarne le profondità. Lo sguardo che si perde fin dove riesce a mettere a fuoco qualcosa e appena oltre, indistinte, sagome che potrebbero essere pesci, creature mostruose o semplici fantasie.
Il foglio bianco era la stessa cosa. Lo sguardo perso in quell’oceano di possibiltà vedeva guizzare, appena fuori portata, le idee. E cosi’ come i pesci dell’oceano, le idee del foglio bianco sembravano accorgersi di lui, facendosi notare, avvicinandosi a volte fin quasi a prendere forma, salvo poi sparire di nuovo guizzando via con un colpo di coda.
Altri minuti, altri battiti, altri respiri.
Da fuori sembrava una statua, mani appoggiate alla tastiera del portatile, volto illuminato dalla luce della schermata bianca, occhio perso altrove.
Ma dentro di lui, una scintilla.
Una mano, decisa, iniziò a muoversi, seguita dall’altra, battendo parole sulla tastiera che sembrano nascere spontaneamente. Raccontando di lui che guarda la pagina bianca e questo, paradossalmente, rende la pagina meno bianca, ma anche le idee piu’ nitide e vicine.
Nuotando nell’oceano per andare incontro ai pesci, si mise a scrivere sulla pagina per andare incontro alle idee.
