Primo giorno – seconda parte

Storie dal Garage – Ep 3

Perdemmo una ventina di minuti ad accarezzare la gatta che dopo essersi strofinata ben bene addosso a me saluto’ anche Franco, aggiungendo anche un acuto “Miao” allo show di fusa e smancerie, per poi tornare ad appisolarsi al centro della “sua” piazzola.

Io e il custode riprendemmo la nostra strada verso le scale principali. Proprio un istante prima di chiedere alla mia guida se fosse sicuro per la gatta rimanere qui, ci taglio’ la strada un piccolo fulmine bianco che si fermo’ un attimo ad osservarci, alzando le sue orecchie lunghe e annusando l’aria, per poi ripartire veloce verso le scale sparendo in un batter d’occhio.

“Un coniglio! Ecco un animale che non mi sarei mai aspettato di vedere in un parcheggio in centro citta’!”. Feci l’atto di continuare a camminare verso le scale dove era sparito l’animale, ma Franco, con un colpetto garbato sulla spalla, mi fermo’.

“Non seguirlo. Mai. Per nessun motivo” disse col suo tono calmo, ma fermo. “Vieni, prendiamo l’ascensore”.

Non mi sarei mai aspettato uno scherzo a tema Lewis Carrol da  un custode di un parcheggio interrato, il che rese la cosa ancora piu’ divertente, al punto di non riuscire a trattenere una grossa risata, che fini’ davanti all’ascensore. Come ebbi ripreso fiato, Franco, continuando a sorridere con la calma di un maestro Zen, premette l’interruttore dell’ascensore e disse “Non stavo scherzando.” Questa affermazione mi lasciò interdetto, ma pensai stesse scherzando di nuovo e stetti al gioco. La cosa passo’ immediatamente in secondo piano come entrammo a conoscere le ragazze addette alla biglietteria, con le quali passammo l’intera pausa caffè, persi in chiacchiere.

Finite le dovute presentazioni, Franco mi accompagnò nel suo ufficio, ovvero la stanza coi monitor di sicurezza e un computer collegato ai sistemi di sensori, dove mi illustrò il resto dei dipendenti ed esterni in forza al parcheggio e mi spiegò gli ultimi dettagli riguardanti contratto e paga, tutto sommato buona, visto il lavoro in sè.

“Il periodo di prova e’ di 15 giorni, il minimo possibile visto che, come hai potuto vedere, non c’e’ chissa’ cosa da provare, tutto sommato” Poi aggiunse, in tono piu’ serio “C’e’ una cosa che la direzione trova molto importante fin da subito, e mi trova completamente d’accordo, a riguardo: la riservatezza.

Lavorando qui potresti vedere cose che non vanno in alcun modo raccontate in giro. Intendo proprio che non devi raccontarle a nessuno, eccetto me ed eventualmente qualche rappresentante della direzione, anche se dubito se ne interessino piu’ di tanto”

“Ecco”, pensai, “era troppo bello per essere vero. Chissa’ quali traffici illeciti mi tocchera’ coprire, se accetto questo lavoro”

Franco sembro’ leggermi nel pensiero “Non temere, ragazzo, non e’ niente di illegale, anzi. Eventuali spacciatori o poco di buono in giro van segnalati subito alla polizia, non preoccuparti. No, quel che intendo sono cose piu’ strane, di solito non capitano troppo di frequente, ma cio’ nonostante non vanno assolutamente raccontate in giro perche’ ci troveremmo presi d’assalto da curiosi e chissà cos’altro. Quindi, quando vedi qualcosa di strano” aggiunse mettendomi davanti un walkie-talkie “mi chiami con questo, che e’ fatto apposta per ricevere sempre, qua sotto. Io ti dico cosa fare, tu lo fai, niente domande. Intesi?”

Rimasi in silenzio, completamente interdetto, per qualche secondo. “Cose strane? in che senso?”

“Beh, come tua prima giornata, ne hai viste addirittura due, ed e’ abbastanza raro, parola mia! O credevi stessi scherzando quando ti ho detto che non disturbiamo mai la gatta alla piazzola 53 e non seguiamo mai il coniglio bianco, ovunque esso vada?”

Continuavo a fissare il volto bonario di Franco, chiedendomi per un istante se fosse serio e svitato o stesse improvvisando lo scherzo perfetto per un novellino. Il lavoro mi sembrava gia’ molto tranquillo e non potevo certo accusarlo di aver provato a fare uno scherzo al primo arrivato, tra l’altro dopo avermi proposto lui stesso questo impiego, anzi, la cosa mi rendeva quest’uomo pacato ancora piu’ simpatico di quanto gia’ mi fosse risultato a pelle. Il suo sorriso appena accennato mi faceva propendere per l’idea di essere vittima di una burla, ma qualcosa, nella fermezza del suo sguardo, mi tagliava corto il fiato col pensiero che non fosse cosi’. Feci un respiro profondo.

“Capisco. Dove devo firmare?” Dissi, accettando il lavoro.

Lascia un commento