Storie dal Garage – Ep 4
In realtà, il primo mese passò piuttosto tranquillo, quasi al punto di farmi dimenticare il brivido che mi era corso lungo la schiena, quel primo giorno. La routine tranquilla del parcheggio e l’affabilità di Franco mi avevano convinto praticamente subito che si fosse trattato di uno scherzo, ben recitato, del mio nuovo capo. Il che me lo rendeva anche piu’ simpatico di quanto gia’ naturalmente risultasse.
In effetti, Franco era una persona decisamente affabile. Sempre tranquillo e sorridente, anche di fronte ai clienti piu’ nervosi e maleducati (spesso proprietari di macchine di grossa cilindrata, curiosamente, ma non divaghiamo…), gentile come un nobiluomo del secolo scorso con quelli più… delicati, come anziani dal passo lento o future mamme. Nulla sembrava turbarlo, anche perche’ i grattacapi sembravano essere davvero pochi, anche se non c’era certo da annoiarsi, tra una piccola riparazione qua, un giro di controllo la e via dicendo. Nonostante questo, le pause caffe’ con le ragazze della biglietteria ci facevano perdere delle mezz’ore in chiacchiere e spesso io e Franco, durante il lavoro, parlavamo di cinema e letteratura, di cui era un gran appassionato.
Si, sembrava davvero un lavoro tranquillo, proprio come avevo immaginato. Magari non il lavoro della vita, pensavo, ma mi stavo impegnando in qualcosa e mi sentivo decisamente meno inutile. Mi ero scrollato dalle spalle quella brutta sensazione che troppi “no” mi avevano appiccicato addosso. Se solo fosse così semplice…
Un venerdì sera, mentre eravamo nell’ufficio di Franco a controllare i monitori di sicurezza tra uno scambio d’opinioni e l’altro riguardo alcuni scrittori contemporanei, notammo qualcosa di strano. Una macchina, nell’ala del parcheggio più vicina al tempio, oscillava in maniera sospetta. Franco scoppiò a ridere di gusto mentre io cercavo ancora di capire cosa diavolo passi per la testa a una coppia che decide di fare sesso in un posto pieno di telecamere come un parcheggio coperto.
“A te l’onore di fare il guastafeste, ragazzo”, disse Franco, accomodandosi nella poltroncina davanti ai monitor. “Due colpetti sul parabrezza e probabilmente scapperanno a gambe levate dall’imbarazzo. Al limite, consigliagli l’hotel qui dietro”. Uscii dall’ufficio che stava ancora ridendo.
Raggiunsi la macchina in pochi minuti, ma aspettai qualche secondo prima di bussare, per cercare di non ridere. Due sagome, all’interno dell’abitacolo, erano parecchio indaffarate, come testimoniava il sobbalzare ritmico della monovolume. Presi un respiro profondo e bussai al vetro appannato.
L’urlo di sorpresa e il trambusto per ricomporsi misero a dura prova la mia capacità di mantenere un’aria di serietà o quantomeno di non ridere a crepapelle, ma in qualche maniera riuscii a essere abbastanza serio da suggerire, agli imbarazzatissimi spasimanti, che quello non era il nido d’amore migliore in zona, per via delle telecamere e del fatto che prima o poi qualcuno sarebbe arrivato a prendere le macchine che avevano attorno. Li guardai partire, ancora rossi in faccia per l’emozione e per gli ormoni, mentre rientravo in ufficio.
Franco mi accolse con un caffe’ fumante “Bravo il nostro Cupido al contrario” esclamo’ tra una risata e un’altra. “Quasi mi spiace di averli interrotti” commentai, ridendo.
Franco appoggio’ al tavolo il suo caffe’ e giro’ verso di me lo schermo del pc col quale controllavamo le registrazioni delle telecamere. “Beh, meglio te che loro, tutto sommato”
Il filmato che stava andando a tutto schermo era quello della telecamera che inquadrava la macchina degli spasimanti. Stavo per chiedere “Loro chi?” quando notai, dietro alle colonne, qualcosa di strano. Qualcosa che non avevo notato andando giù a interrompere la coppia. “Che io sappia non hanno mai torto un capello a nessuno, ma un conto e’ venire interrotti dal custode, un altro e’ venire interrotti da loro, no? Immaginati il casino. Meglio non rischiare” aggiunse Franco, col suo tono serio.
Il caffe’ mi cadde dalle mani, mentre la spina dorsale si trasformava in un blocco di ghiaccio. Sul muro intorno alla macchina c’erano delle ombre umane. Una ventina. Ombre che avevano cominciato a scomparire, una ad una, nel momento stesso in cui io ero apparso nella registrazione, a soli tre metri da loro.
