Posto per Uno

Oramai sono cinque anni che lavoro al Keter. Non la conoscete? E’ la birreria appena fuori la città, vicino al casello autostradale. Spaziosa, tranquilla e la proprietà e’ particolarmente propensa ad ospitare serate a tema di gruppi di hobbisti come club di scacchi e altre robe da nerd.

Io avevo bisogno di un lavoro per arrotondare durante gli studi e devo ammettere di essermi davvero trovata subito bene, qui. Certo, non e’ un lavoro che ti riempia le tasche di soldi, ma l’ambiente e’ sereno e questo vale quanto l’oro, visti i tempi.

Non solo, anche la clientela del Keter e’ tendenzialmente molto tranquilla. Credo che i più’ “problematici” siano gli aficionados over 40 della serata karaoke, ma solo per la produzione di decibel decisamente sopra la media. Per fortuna anche le ordinazioni vanno di pari passo, per cui …

Per il resto, la clientela è abbastanza in tema col locale: coppiette di ogni età, dai 15 agli ultrasessantenni, per i quali abbiamo tutto un lato del locale abbastanza privo di casse e distante dal salone dove si tengono gli eventi. Non sono privè, ma comunque ci si riesce a parlare senza particolari fastidi e senza che ti sentano anche i tavoli attorno. Poi ci sono le immancabili compagnie di amici, che pero’ non sono i classici “fighetti” – oddio, parlo come mio padre – ma gente molto più’ alla buona, propensa piu’ a ridere e godersi la compagnia che passare la serata al cellulare per farsi i selfie, per fortuna.

Certo, ogni tanto c’e’ sempre qualcuno che esce dallo standard e ti lascia il segno, nel bene e nel male. Dalle amiche tirate da serata in discoteca di alto livello, che si sentono pesci fuor d’acqua, al prete con gli educatori della parrocchia alla serata LGBT+, cose del genere… ma se devo proprio devo sceglierne uno, c’e’ quello che viene da solo. “Posto per uno”, lo chiamiamo.

Ecco, lui mi mette seriamente i brividi.

E’ un armadio, alto quasi due metri con due spalle da rugbista, per quanto non sia decisamente uno sportivo.

No, non e’ maleducato o scortese, anzi, e’ la cortesia fatta persona. Fa un cenno, aspetta vicino all’ingresso senza intralciare il passaggio e chiede “Posto per uno?” alzando l’indice della mano destra.

I modi gentili fanno da contrasto allo sguardo. Quando ti parla, ti guarda dritto negli occhi. Una collega dice di sentirsi a disagio perché’ si sentiva “spogliata con lo sguardo” ma sappiamo tutti quanto sia egocentrica e vanitosa, quindi nessuno si stupisce che riduca tutto a qualcosa che la vede comunque al centro dell’attenzione, l’ochetta. No, la cosa che mette il brivido nel suo sguardo e’ quel bruciare di rabbia e intelligenza che ci brilla dentro. Gli occhi di chi mette in chiaro che quella gentilezza espressa a parole e’ voluta ed e’ una fragile cortesia.

Per forza di cose, l’unica zona coi tavolini da 2/4 persone e’ quella da coppiette, ma la cosa non lo turba minimamente. Si siede, controlla velocemente il menù e ordina qualcosa che spesso gli dura tutta la sera, non perché’ lo assapori, no. Quando beve o mangia, e’ famelico. Non finisce subito quel che ha sul tavolo visto che non appena comunicato l’ordine a uno di noi camerieri, prende a scrivere su un taccuino che tira fuori da un borsello in cuoio e non si concentra su altro, se non per ringraziare quando arriva quel che ha chiesto.

Il tempo di ordinare, tirare fiato, prendere l’occorrente e inizia a scrivere. Prima lentamente, non senza un buon numero di cancellature, poi pian piano le parole iniziano evidentemente a scorrere dalla testa alla penna, come un torrente in piena, via via più velocemente, fino a lasciar intravedere quella stessa furia che si percepisce quando incrocia lo sguardo con te.

Confesso che quelle poche volte che mi e’ capitato di portargli da bere in quei momenti ho esitato un po’, anche perché’ per ringraziarti alza la testa dal taccuino e ti pianta di nuovo lo sguardo dritto negli occhi e ve l’ho già detto, mi mette i brividi.

Ora, lo hanno notato anche gli altri colleghi, ma solo io lo dico apertamente: la cosa più spaventosa e’ quel che gli succede attorno, mentre scrive.

Coppiette intente a scambiarsi parole dolci e sguardi languidi si… spengono. Che io ricordi, ci fu anche un litigio con tanto di lei che annaffia di vino lui e se ne va in lacrime e vi assicuro che fino a 5 minuti prima dell’arrivo del nostro ospite avrei scommesso lo stipendio della serata sul fatto che avremmo visto lui in ginocchio con tanto di anello prima della chiusura. Ma più banalmente, i toni diventano più distanti, se non addirittura velenosi. Dai frammenti di conversazione sembra che riaffiorino di colpo vecchi rancori, gelosie e problemi mai risolti.

Non so se sia l’umore guastato dalla presenza, ma aumentano anche i vini che sanno di tappo o i caffè’ che sanno di strinato. Per un motivo o per un altro, c’e’ sempre qualche ordine che non va bene. Puoi spinare 200 birre, la 201esima portata a un tavolo vicino a lui farà schifo. Poi ne spinerai altre 200 buonissime per il resto del locale. O fette di torta che vanno a ruba tranne quella portata al tavolo di fianco, che viene rimandata indietro perché amara. Per non parlare dei gelati o dei semifreddi, tirati fuori dal frigo e serviti, solo per vederli sciogliersi nel giro di pochi minuti. Nessuno ci fa caso in mezzo al caos di una serata, ma io l’ho notato.

Quello che invece notiamo tutti, in sala, e’ che l’elettronica smette di funzionare. Tablet e bancomat si scaricano o si bloccano, nulla che non si riesca a risolvere con carta e penna o accompagnando alla cassa i clienti, ma succede con precisione matematica.

La cosa che io trovo più inquietante, però, sono gli strani simboli che a volte troviamo incisi a fuoco nel legno del tavolo dove si e’ seduto lui, con tanto di odore di strinato. Non ho idea di come faccia, ho provato a tenerlo d’occhio per beccarlo sul fatto, ma niente. Neanche a guardare le telecamere di sicurezza, anche perché, guarda che caso, spesso non vanno quando e’ seduto al tavolo. Pero’ sono sicura sia opera sua, sono pronta a scommetterci.

Sono sicura perché ho provato a sbirciare su quel taccuino, mentre portavo dal vassoio al tavolo la media di birra scura che mi aveva chiesto, e non scrive in italiano o in qualche altra lingua.

Il taccuino e’ pieno di quei simboli.

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